L’energica impiegata diventata il suo angelo custode, l’ex calciatore che gli teneva la mano mentre moriva, il giornalista famoso malato come lui di nostalgia per un calcio che non c’è più, il politico folgorato dalla sua imprevedibilità vulcanica, l’avvocato che l’avrebbe visto bene in una pagina di Giovannino Guareschi. Nella camera mortuaria dalla clinica san Camillo, sono passati, con nipoti, cugini e tutti gli altri parenti, i veri amici di Domenico Luzzara, quelli che gli erano accanto nei giorni d’oro e non l’hanno lasciato nei momenti difficili. Uno dei primi ad arrivare, poco dopo le 12, in viaMantova è stato Mino Galli, presidente del Consorzio agrario, seguito dalle orchidee e dalle rose bianche con il nastro ‘Mino, Minia, Giampietro’. Enrico Pirondini, direttore de La Provincia, era commosso quasi come Carlo Sassi, l’inventore della moviola precipitatosi, appena informato della morte di Luzzara, da Milano, «dove sono nato, vissuto e cresciutoma, dopo aver conosciuto Domenico, ho cominciato a tifare per la Cremonese». La stima è diventata amicizia, rafforzata dallo stesso modo di intendere lo sport: «Non ci sarebbe stato spazio per lui nel calcio strombazzato di oggi. Mi diceva sempre che ai suoi tempi bastava la parola ma quei tempi erano lontani. Quello che c’è intorno al calciomi fa venire il vomito e penso fosse lo stesso per Luzzara». Sassi è rimasto alcune ore in via Mantova: «Io ho perso un grande amico e credo cheCremona abbiapersoun grande uomo. Spero gli venga intitolato lo stadio e se fossi io il sindaco gli dedicherei subito una via perché la Cremonese è stata la Cremonese grazie alla simpatia e l’umanità del suo presidente». Beppe Carletti, ex assessore negli anni Ottanta («È in quella veste, ai tempi del rifacimento dello Zini, che ho conosciuto Domenico »), ha passato il mattino in piazzaMarconi, a casa di Luzzara, e il pomeriggio, con la moglie Francesca eil figlioPaolo, alla sanCamillo: «Se adesso chiudo gli occhi mi passano davanti 20 anni, non solo diCremonesemaanche diCremona. Chi era Luzzara? Cesena, partita in notturna: Domenico si sente male e viene portato al pronto soccorso. Vado a prenderlo dopo l’incontro e, entrato in autostrada, mi dirigo verso Cremona. ‘Cosa fai? - urla lui, con l’ago ancora nel braccio -. Perché non hai girato a sinistra, per il mare e un piatto di pesce?’». Quando i summit dellaCremonese si tenevano a Soarza, nella cascina di Beppe Carletti, suo figlio Paolo aveva 13 anni: «Nonmisono mai divertito tanto come in quei momenti. Luzzara colpiva per la sua faccia buona ma attenti a non sottovalutarlo: era molto arguto e abile, non gli scappava niente. Quella che si dice un’intelligenza pratica». Il pomeriggio della piccola folla è scivolato via tra molti aneddoti, qualche sorriso esenza esagerare in lacrime. «Lui avrebbe voluto così», ha assicurato Marinella, che ha seguito Luzzara dai tempi della Cae, l’azienda del ‘presidente’ dove lavorava come impiegata, sino all’agonia delle ultime ore. Le racconta così: «Mi sono presa curadi lui comese fosse stato mio padre. Non mangiava, beveva pochissimo. Nel suo letto d’ospedaleurlava che voleva essere portato a casa perché era lì che desiderava morire. Arrivato, venerdì pomeriggio, in piazza Marconi su un’ambulanza, ha detto: ecco, ce l’ho fatta». Pochi minuti alle 17 quando nell’atrio della camera mortuaria, bottone nero alla giacca come si usava per i lutti di una volta, è comparso, dopo Alfredo Pedroni,medico e cugino di Luzzara, l’avvocato Giovanni Benedini. Saluta l’amico, poi lo descrive così:«Comeuomo, Domenico è uno che ha saputo viveremorendo per anni, in ogni ora del giorno, pensando a suo figlio. Comesportivo, Domenico è - uso purtroppo il presente storico - l’Unione sportiva Cremonese. Se lo ricordino quelli che ci sono e quelli che ci saranno». Non poteva non fare visita a Luzzara anche Paolo Degani, ex calciatore della Cremo quando galleggiava tra la D e la C. È lui che ogni sera andava a trovarlo in ospedale; lui che gli ha tagliato una fetta di salmone («Una delle ultime cose che è riuscito a mangiare»); lui che l’ha visto morire: «Ha stretto la mia mano, poi, voltandosi verso destra, ha guardato la fotografia di suo figlio Attilio appesa alla parete. Diceva spesso: ‘Paolo, ho dato molto a Cremona ma molti sono spariti’. Io gli rispondevo che non è vero». Cremona, in questi giorni, ha l’occasione per dimostrare che aveva torto Luzzara. «E’un momento triste, abbiamo vissuto insieme tantimomenti, posso dire solo una cosa: lui era la Cremonese». E’ una voce commossa quella di Graziano Triboldi, patron della Cremonese, rilevata e acquistata proprio da Domenico Luzzara nel 2002 al termine di una trattativa difficoltosa. «Gli siamo tutti riconoscenti: la Cremonese era una cosa sua,malui ci ha regalato momenti indimenticabili. Penso a Wembley, alle stagioni in serie A, ma anche a quelle in cui si retrocedeva. Erano altri tempi, era bello stare insieme». Triboldi parla a ruota libera. E’ reduce da una stagione difficile in campo sportivo: la Cremonese ultima in classifica, i malumori tra i tifosi. «Invece con Luzzara eradiverso: era bello quando si vincevamaanche quando si perdeva. Oggi è tutto diverso. Mi manca molto quello spirito, quel modo di stare insieme. Questo è stato permeDomenico Luzzara: unuomocapace di farci stare bene insieme, di farci sentire importanti senza mai perdere la nostra dimensione che, non a caso, ritrovavamo al campo, a tavola, ogni volta che eravamo insieme». E poi ancora una stoccata al calcio attuale. «Oggi non è più come una volta. Tutto è più diffcile e più complicato, ma soprattutto sono cresciute le tensioni. Se vendo? Non lo so, certo che il mio entusiasmo oggi non può essere quello di una volta.Ma passerà, almeno me lo auguro, e proveremo a fare ancora bene». Ma Triboldi non si ferma: «Mi prendeva sotto braccio e mi diceva: ragazzo mio, io e te dobbiamo essere una persona sola per la Cremonese. Credo che ci mancherà molto». Martedì ai funerali ci sarà tutta la Cremonese. «Certo, anche i ragazzi delle giovanili. Io sarei anche favorevole a dedicargli lo stadio, anche se non dipende da me.Gli mando una grande abbraccio». Tra le persone più vicine a Luzzara, c’è senz’altro Ermino Favalli. Le ultimi vicissitudini legali non hanno minimamente scalfito un sentimento profondo, maturato nel corso di tanti anni di amicizia. «Questa mattina ho letto l’articolo su La Provincia e ho capito che le cose non andavano bene. Perdo un uomo che ha significato molto nella mia vita: abbiamo passato insieme tantissimi momenti quasi tutti i giorni per oltre 20 anni. E non voglio perdermi in parole, so quello che provo e so anche che Luzzara resterà per sempre nel cuore dei tifosi e della società». Favalli è stato il vero braccio destro di Luzzara, anche nei momenti più difficili. «In questi ultimi tempi abbiamo avuto qualche problema, ma quel che nella vita abbiamo fatto insieme resta dentro dime e ne vado fiero, fiero di aver conosciuto e aver voluto bene a una persona come Luzzara. Oggi perme è un giorno triste».