Crack Parmalat, buco da 14 miliardi di euro. Ci sono 66 imputati e 35 mila cittadini – quelli che sono stati bruciati da fallimento - si sono dovuti costituire parte civile nella speranza di poter recuperare un giorno qualcosa dei loro investimenti andati in fumo. Il fascicolo processuale è costituito da sei milioni di pagine. Se ognuna delle parti dovesse chiedere copia degli atti, la cancelleria del Tribunale dovrebbe fotocopiare 210 miliardi di pagine. Se gli avvocati difensori chiederanno di interrogare le parti lese (com’è nel loro diritto) ci vorranno almeno trent’anni solo per sbrigare questa parte iniziale del processo. La conseguenza di questo gigantismo dibattimentale è che la prima udienza è stata subito rinviata. E chissà se si potrà mai celebrare. Siamo il paese dei maxiprocessi, una delle tante distorsioni del nostro ordinamento giudiziario. Massimo Martinelli, cronista giudiziario del “Messaggero”, ha documentato sprechi, assurdità, eccessi e interessi che paralizzano la giustizia italiana. Il saggio è particolarmente istruttivo ed efficace, si intitola “La Palude” (Gremese editore) e serve ad aprire gli occhi su quanto sia ingiusta la nostra giustizia. Il filone è quello del recente successo cominciato con “La casta” di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, proseguito con “L’altra casta”, il libro di Stefano Livadiotti sui mali del sindacato. Questo di Martinelli sulla giustizia è addirittura più allarmante perché documenta lo sfascio del sistema giudiziario e il rifiuto di intervenire con misure semplici e banali e che farebbero oltre tutto risparmiare un sacco di soldi, di tempo, di rancori per una giustizia che non riesce a essere giusta. Rimanendo nel tema dei maxiprocessi, Martinelli fornisce un esempio illuminante, quello del “modello Cremona”. Lì un giudice, Pierpaolo Beluzzi, si è rimboccato le maniche e nel giro di cinque anni è riuscito a informatizzare tutti i meccanismi della giustizia. Notifiche, atti processuali, calendari, copie, addirittura testimonianze e interrogatori: tutto avviene con il supporto telematico. Il fascicolo del processo per la strage di piazza della Loggia – tanto per rimanere in tema di maxiprocessi – è composto da 900 mila pagine. Per fotocopiarle tutte ci vorrebbero sei mesi di tempo. Oggi, la cancelleria di Cremona, grazie al computer, riesce a evadere la richiesta in 90 minuti. Certo, è stato necessario trasferire tutto il cartaceo nel digitale. Ma a questo hanno contribuito alcune cooperative di detenuti cui è stato affidato il lavoro (e la relativa retribuzione). Tempi ridotti all’osso, meno spreco di soldi, di carta, di personale, di viaggi e trasferte (giudici, avvocati, imputati e scorte, testimoni). Meno toner inquinante, meno armadi per contenere tutte le scartoffie, meno personale e più motivato. Una rivoluzione semplice semplice, copernicana. E isolata. Tremendamente isolata perché l’Italia è ancora il paese dove un Guardasigilli non libero di promuovere un segretario perché la legge prevede il concorso pubblico anche per sostituire un cancelliere. Dove le intercettazioni telefoniche costano quanto il bilancio di un piccolo stato. Dove ci vogliono 1.400 giorni per recuperare un credito e magari bisogna spendere diecimila euro di fotocopie per esercitare al meglio il proprio diritto alla difesa. Martinelli comunque non si limita a elencare tutti i reperti custoditi in quel vero e proprio museo degli orrori che è la giustizia italiana. Mette anche in fila tutti i rimedi che potrebbero regalare una boccata di ossigeno alle aule di tribunale. E senza bisogno di leggi, dibattiti e contrapposizioni. Le notifiche si potrebbero fare via e-mail eliminando così una delle principali cause della lunghezza dei nostri processi (la mancata o errata notifica è la causa principale di tutti i rinvii). Si potrebbe introdurre il concetto di flessibilità nella gestione del personale. Gli atti dei processi si potrebbero concentrare in semplici cd-rom, con la conseguente abolizione delle fotocopie. Con internet si potrebbero consultare direttamente gli archivi, gli ufficiali giudiziari (come avviene benissimo in Francia) si potrebbero privatizzare. Ma allora: cos’è che manca? “La giustizia potrebbe funzionare – dice l’autore -. Ma molto dipende da loro, gli uomini che indossano la toga: servono il coraggio di mettersi in gioco e la volontà di rimboccarsi le maniche”. Come ha fatto il procuratore capo di Bolzano, Cuno Tarfusser. Ha scoperto che l'Unione europea era pronta a finanziare i progetti migliori per la pubblica amministrazione e ha ottenuto 200 mila euro per un progetto pilota di informatizzazione. Dopo tre anni, i costi della Procua da 1.965.941 euro sono scesi a 618.285 euro. Un risparmio secco di un milione 300 mila euro l'anno per il ministero della Giustizia. Tarfusser, con l'informatica, ha risparmiato il 63 per cento sulle intercettazioni, il 45 sulle trasferte dei magistrati, il 51 sulle consulenze tecniche. Quattro mesi di tempo, oggi, per definire un processo in primo grado. I cittadini hanno cominciato a collaborare sostanzialmente con la magistratura perché vedono che la giustizia funziona. Tarfusser è riuscito a ottenere anche il marchio di certificazione ISO. Campeggia sul sito www.procura.bz.it. Che ovviamente è bilingue... (Il Velino)