Nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2008, l'altro ieri nel momento in cui scrivo, un terribile incidente, uno tra i tantissimi che coinvolgono giovanissimi alla guida: 4 ragazzi finiscono nel fiume, l'auto si cappotta, i tre maschi si divincolano, escono, si salvano (solo qualche graffio). Lei, 19 anni, nel giorno del suo compleanno, resta dentro, incastrata. Non la salvano. Muore annegata.Una decina di giorni prima, in Cile, due cani randagi passeggiano ai bordi di una autostrada. Ad un certo punto uno dei due decide di attraversare: viene investio, massacrato. L'altro, incurante dei mezzi che sfrecciano, si lancia sull'asfalto, afferra il compagno con la bocca e prova a trascinarlo verso il ciglio. E ci riesce.Due storie, due vicende che non vogliono trasmettere un principio assoluto, ma suggerire che può essere anche così. A testimoniare questa riflessione, anche lontano dall'albero di Natale, arrivano ad orologeria le "lezioni di vita da un labrador nero" confidate da Anna Quindlen, giornalista newyorkese (Pulitzer nel 1992 per la sua rubrica sul New York Times). Il breve libro (Amico mio, De Agostini Editore, 96 pp, € 12), per metà delle pagine occupato da immagini canine, curiose, simpatiche, strappalacrime (avete mai veramente fissato con attenzione negli occhi un cane, avete mai sentito quell'immenso trasporto che ne deriva?) è di fatto un lungo articolo, di facile e velocissima lettura.Beau, il labrador maestro di vita protagonista del racconto, ha accompagnato una considerevole parte della vita dell'autrice. Più di 15 anni. E tutti noi che conviviamo con il nostro ( o nostri) compagno cane sappiamo cosa questo vuol dire. Le sue qualità, quelle di un "bravo cane", sono quelle, le solite, le conosciamo ma non per questo dobbiamo smettere di sottolinearle, all'infinito: affetto sincero, lealtà, disponibilità ed una insospettabile capacità di metterci di fronte a noi stessi. "I cani non parlano, non ribattono - il che, in quest'epoca affollata di parole li rende estremamente affascinanti - e dunque si prestano senza limiti nè problemi alle nostre proiezioni". Già, troppo spesso, senza rendercene conto, li utilizziamo, scarichiamo responsabilità e colpe, o vizi e manchevolezze psicologiche. Assolvono anche a questo compito, in silenzio. "Gli esseri umani finiscono per avere con i cani quel tipo di rapporto ideale a cui aspirano nelle relazioni con le altre persone"...niente di più vero. Psicoterapeuti quadrupedi, ecco cosa sono. Anche.Ma Beau invecchiava, naturale; e poi si ammalò. Vi risparmio la commozione che troverete nel racconto della Quindlen, che con il semplice, partecipe resoconto dei dettagli di vita in comune riaccende la tenerezza di tante esperienze che tutti i possessori di un cane conoscono. Per tutte, quella dell'irrefrenabile tremare che coglie qualunque cane quando si arriva anche solo nei pressi dello studio veterinario, dalla seconda volta in poi.Come altri, molti, per fortuna, in questi ultimi mesi editoriali, il libro ci aiuta non tanto ad amare i cani - chi lo comprerà, si suppone, non ne avrà bisogno - ma a far conoscere l'uomo nell'ottica canina. "Siamo ipocriti, raramente abbiamo il coraggio di dire pane al pane. Facili alla critica, non ci accorgiamo della nostra immensa ridicolaggine. I nostri scherzi sono spesso brutali, il nostro rimprovero spesso è ingiusto e sinanco scemo. E tuttavia. Tuttavia loro, i cani, ci amano". Sta già tutto qui, nelle parole di Igor Man, o nell'epitaffio di Jack London: "Senza i miei cani sarei un povero cane" (fb)