Adolfo Andrighetti Marco Aurelio Pasti: presidente dell’Associazione italiana maiscoltori, delegato da Confagricoltura per gli organismi geneticamente modificati (o migliorati, come preferisce si dica il presidente Vecchioni); soprattutto un imprenditore agricolo la cui capacità tecnica e la cui competenza professionale nella materia dei grandi seminativi ed in particolare dei cereali sono universalmente riconosciute in Italia e non solo. La persona più adatta, quindi, per farci capire qual è il punto di vista dell’agricoltore nei confronti degli Ogm, con che occhio li guarda, se prevale la logica del sospetto o quella della curiosità positiva. Domanda – Quali vantaggi il produttore può trarre dagli Ogm a livello agronomico? Risposta – «Ogni Ogm è una storia a parte in ogni sistema agricolo ed è pertanto difficile fare delle generalizzazioni. Se prendiamo le due piante geneticamente modificate oggi più diffuse al mondo, soia resistente al glifosate e mais resistente alla piralide e li caliamo nel sistema agrario italiano, allora possiamo fare alcune considerazioni». D – In breve, sulla soia resistente al glifosate... R – «Per la soia vediamo una grande semplificazione nella tecnica di controllo delle malerbe, una maggior flessibilità di utilizzo, una minor fitotossicità e soprattutto un minor rischio di insorgenza di resistenza ad una categoria di erbicidi che agiscono su un sito (Als) e che è usata su tutte le nostre colture (mais, soia , cereali autunno vernini e bietola). Inoltre abbiamo alcuni tipi di infestanti che oggi, anche a seguito del processo di revisione dei fitofarmaci, non riusciamo proprio a controllare e mi riferisco ad un tipo di radicchio (Picris Echioides) e alla acalifa». D – E il mais? R – «Per quanto riguarda il mais resistente alla piralide potremmo avere un controllo molto più efficace su questo insetto rispetto a quanto riusciamo ad ottenere con l’applicazione di insetticidi di sintesi o “naturali”. La grossa difficoltà, infatti, sta nell’individuare il momento più opportuno per l’applicazione di questi insetticidi. Man mano che accumuliamo esperienza, ci rendiamo conto che sarebbe necessaria un’applicazione ripetuta tre o quattro volte in una stagione per un ottimale controllo di questo insetto, che, ricordo, è una delle principali cause della diffusione delle fumonisine, le micotossine più presenti nel nostro mais. Ma a quale costo economico ed ambientale? Gli insetticidi sia di sintesi che naturali (a base di piretro), infatti, sono molto meno selettivi della tossina contenuta nel mais Bt attiva principalmente nei confronti dei lepidotteri che erodono i tessuti del mais. Non sono infrequenti infatti casi di infestazione di ragnetto rosso o afidi dopo il trattamento antipiralide, a causa della scomparsa dei loro predatori naturali. Certo questa è una situazione riferibile alla pianura padana: non avrebbe senso usare il mais resiste alla piralide dove quest’insetto non causa danni come nelle vallate alpine». D –Quali vantaggi, invece, si potrebbero trarre dagli Ogm dal punto di vista economico, sia in termini di abbattimento dei costi di produzione sia per la possibilità di esitare sul mercato un prodotto più bello e sano? R – «La riduzione dei costi è un aspetto importante ma non il più importante. Possiamo comunque ipotizzare un risparmio di circa 80 euro ettaro per la soia resistente al Roundup e di qualche decina di euro per il mais resistente alla piralide rispetto a quello trattato una sola volta. Nel caso del mais il vero vantaggio sta nell’aumento sia quantitativo che qualitativo della produzione, aumento che può arrivare a svariate centinaia di euro per ettaro. Tali vantaggi possono trasferirsi anche nelle fasi a valle della filiera come ad esempio all’allevamento suinicolo, poiché alcune sperimentazioni svolte anche in Italia prima del blocco imposto nel 2000 dall’allora ministro Pecoraro Scanio e mantenuto dai ministri seguenti, hanno dimostrato che poche parti per milione di fumonisine nel mangime dei suinetti può ridurne l’accrescimento». D – E' corrente oggi la riflessione secondo la quale l'agricoltore non può più limitarsi a produrre a regola d'arte, ma deve preoccuparsi anche della fase successiva, quella della commercializzazione. Se si condivide questa affermazione, che cosa – a suo parere – può fare il mondo agricolo organizzato, meglio se con la collaborazione delle istituzioni, per convincere il consumatore che Ogm non è sinonimo di cibo di cattiva qualità o pericoloso per la salute? R – «Oggi la maggior parte dei mangimi è già etichettata per la possibile presenza di Ogm e sarebbe del tutto utopistico pensare di cambiare la situazione vista la grande dipendenza che abbiamo per l’importazione di soia. Quindi non vedo un problema diretto con gli acquirenti poiché l’industria mangimistica ha già espresso ripetutamente giudizi positivi sugli Ogm oggi autorizzati. Ciò nonostante sono convinto che è necessario arrivare ad una maggior accettazione da parte dell’opinione pubblica, accettazione che si può ottenere solo con un’informazione più completa e neutra di quella a cui abbiamo assistito e assistiamo ancora oggi. La sperimentazione in campo potrebbe servire, oltre che ad accumulare dati utili per il corretto impiego delle piante gm (ndr: geneticamente modificate, anzi migliorate) nei nostri ambienti, anche a far vedere che il mais Bt non morde e che la soia RR non ha sotto la sua chioma strati di erbicidi». D – Gli avversari degli Ogm, anche quelli appartenenti al mondo agricolo, dicono che la loro liberalizzazione comprometterebbe la tipicità delle produzioni locali. E' un rischio reale? Se sì, come si potrebbe evitarlo? R – «Per me è un rischio più immaginario che reale: il successo dell’agroalimentare italiano è dovuto alla nostra capacità di preparare cibi buoni e gustosi e sfido chiunque a distinguere un mais Bt o una soia RR sfruttando i nostri sensi (gusto vista olfatto o tatto). La differenza è molto maggiore ad esempio tra il mais Marano Vicentino e un mais ibrido oggi coltivato che non tra un mais Bt e un mais ibrido non gm. Inoltre la nostra tradizione culinaria ha sempre saputo incorporare le novità positive ancorchè non tipicamente locali. Pensiamo a cosa sarebbe la nostra cucina senza pomodoro, patate o lo stesso mais». D – Il Consiglio direttivo di Confagricoltura Veneto ha approvato la sua proposta di una sperimentazione sugli Ogm. Può illustrarci questa idea, indicando le motivazioni? R – «L’idea è di uscire dall’attuale blocco che non riguarda solo l’utilizzo commerciale ma anche la sperimentazione con Ogm già approvati a livello europeo per la coltivazione. La proposta è di avviare una sperimentazione su larga scala nelle regioni maidicole italiane con del mais resistente alla piralide in secondo raccolto. In tal modo si supererebbe il problema delle contaminazioni con il resto del mais prima durante e dopo la coltivazione poiché la separazione temporale che si ottiene con il secondo raccolto è in grado di garantire la separazione delle filiere». D – Se le fosse concesso di fare per un giorno il ministro delle Politiche agricole, che decisioni prenderebbe sugli Ogm? R – «Darei un grande impulso alla ricerca e sperimentazione in campo e punterei ad una campagna informativa corretta prevedendo sanzioni per chi diffonde informazioni parziali e l’obbligo di rettifica, il che oggi non avviene quasi mai». Mondoagricolo