di Paolo Pirondini Mentre, sotto il Torrazzo, si attende il ritorno a casa del ‘Vesuvius’ — il violino di Stradivari che il Comune ha ereditato da Remo Lauricella — irrompe nelle librerie italiane un gioiello di un raffinato editore e scrittore inglese, cioè Toby Faber, che narra del genio di Stradivari attraverso il romanzo di cinque suoi violini ed un violoncello. «Un affascinante romanzo della musica», ha detto Tracy Chevalier; romanzo che la Rizzoli, lodevolmente, ha acquistato distribuendolo nel Belpaese «a miracol mostrare». Il volume (pag.310, Rizzoli ottobre 2005, euro 17,50) è il racconto — inebriato, commosso, documentato, affascinante — di sei capolavori del genio di Cremona che attraverso il loro cammino e quello dei loro proprietari (musicisti di talento,commercianti senza scrupoli, liutai, principi, belle donne) si intreccia in un ventaglio di destini che arricchisce ancor più — illustrandolo, incorniciandolo — l’enigma dell’inimitabilità di Stradivari. Ogni capolavoro ha una vita, una storia, alimentata dalla fama del Grande Liutaio e degli stessi musicisti. Opere d’arte che hanno emozionato in ogni angolo del mondo suscitando financo devozione. Certo — e l’autore lo riconosce in prefazione — i protagonisti del romanzo non sono i sei più celebri strumenti realizzati dal loro artefice «e non possono tutti vantarsi di essere attualmente suonati da un musicista famoso. Nel corso degli ultimi tre secoli, però, sono stati tutti ascoltati e ammirati da milioni di persone». Eccoli. Il romanzo si apre col Messiah (1716), il violino più famoso del mondo — almeno secondo Faber — oggi esposto all’Ashmolean Museum di Oxford, fondato nel 1683. Il nome gli è stato rifilato da un potenziale acquirente al suo riluttante proprietario perché quel violino «era come il Messia, sempre atteso..ma non arrivava mai». Il secondo violino è il Viotti fabbricato nel 1709 e usato dal suo proprietario fino alla morte. Segue il Khevenhuller (1733), uno degli ultimi capolavori del genio di Cremona, «ampio e dalle forme arrotondate, verniciato di colore rosso intenso, fiammeggiante…dal suono forte e allo stesso tempo dolce, melodioso». Nella vendita del 2000 è stato stimato quattro milioni di sterline. Viene poi il Paganini (1680), secondo violino del celebre Tokyo String Quartet; Faber rivela perché quest’opera d’arte sia entrata a far parte del Quartetto. Poi è il turno del Lipinski, creato nel 1715 e suonato, sempre, da musicisti d’eccezione; da cinquant’anni questo capolavoro è però «sparito dalla vista del pubblico». Infine il violoncello Davidov, creato nel 1712. Lo suona da vent’anni Yo-Yo Ma, «probabilmente il più celebre violoncellista del mondo». Il suo suono «è ricco, sensuale o vibrante a qualunque livello; ma può anche essere chiaro, raffinato e puro». Dice Toby Faber (nato a Cambridge nel 1965): «Ciascuno di questi sei Stradivari ha una sua storia. A volte due di questi strumenti si incrociano, entrando a far parte di una singola collezione o ritrovandosi sul palco durante una medesima esecuzione. Ma c’è solo un uomo nella cui vita sono passati tutti e sei: Antonio Stradivari. E la sua storia inizia almeno un secolo prima della sua nascista, con l’emergere di Cremona come il centro della nascente industria europea del violino…». Il libro si occupa anche della dinastia Amati prima di affrontare la carriera di Stradivari fino alla sua morte (19 dicembre 1737). E poi, pure, dei violini di Giuseppe Tartini e Paolo Stradivari. L’autore ama divagare in citazioni giornalistiche (ad esempio la notizia, riportata da un foglio parigino, secondo cui il Viotti voleva vendere il suo Stradivari per «una gran somma»); ed infatti fu venduto per 3.816 franchi, record per quei tempi. Interessante il capitolo dedicato ai virtuosi dei violini, a Paganini in particolare, inseguito nelle sue tournée europee e nella sua (terribile) malattia. Il volume si chiude con una pregevole appendice sui liutai classici, fino alla morte di Carlo Bergonzi (1747); e consegna un glossarietto di sei pagine che aiuta a districarsi nel complesso linguaggio liutario; unitamente ad una bibliografia di 108 autori (da Alburger a Zaslaw) per capire un mondo affascinante. E la fama, universale, del genio di Cremona.