Rivoluzionare le regole delle Fondazioni lirico-sinfoniche per evitarne il decesso. È la drastica soluzione annunciata ieri dal ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi in un’intervista alla Stampa dove è stata analizzata la difficile situazione economica in cui versano i teatri d’opera italiani. Bilanci con deficit di decine milioni di euro, Fondazioni che spendono il 70 per cento del loro budget in stipendi, un nuovo contratto nazionale che non viene firmato per non far perdere ad alcune categorie i vantaggi degli attuali accordi integrativi di cui godono. Queste le principali denunce del ministro che sta studiando un provvedimento urgente per mettere mano e regolare definitivamente, in accordo con il ministero del Welfare, i contratti di lavoro nelle Fondazioni. Un intervento ritenuto necessario per salvaguardare l’opera, espressione artistica nata in Italia ed ammirata in tutto il mondo. “Non posso che condividere la posizione del ministro Bondi quando sostiene che l’opera è un bene culturale del paese ed è sempre riconosciuto come uno dei più importanti aspetti della cultura italiana” dichiara al VELINO Francesco Ernani sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma, che aggiunge: “Concordo con Bondi anche quando ha fatto chiarezza sul fatto che lo Stato deve intervenire nel sostenere i teatri d’opera nel rispetto delle regole. Del resto è stato dimostrato che senza l’intervento statale questi teatri non possono portare avanti la diffusione del servizio sociale di interesse collettivo”. Per quanto riguarda i problemi di gestione delle Fondazioni, “è evidente - afferma Ernani - che c’è bisogno di una revisione delle attuali regole del settore. Mi auguro che venga creato un comitato tecnico che possa al più presto far sì che quei teatri che hanno problemi nella loro gestione trovino regole che portino a un potenziamento del servizio a favore della collettività”. Dal 2001 a oggi il Teatro dell’Opera ha sempre chiuso il bilancio in pareggio: una rarità visti i conti in rosso di altre Fondazioni liriche. “Il nostro cda – spiega Ernani - ha sempre dato linee di indirizzo perché la gestione del sovrintendente fosse rispettosa dei ricavi previsti che sono quelli dati dai contributi dello Stato, dai contributi degli Enti locali territoriali e dalle proprie entrate ordinarie e straordinarie. Tutto, insomma, dipende dagli organi di direzione di ciascun teatro. Ogni ente ha la propria autonomia per poter gestire la situazione e ha il proprio collegio dei revisori dei conti. Si tratta di vedere per quale ragione alcuni teatri si trovano più in difficoltà di altri: se la causa risiede negli accordi integrativi, nelle spese che superano i ricavi o in altre situazioni”. Sul fatto che nella prossima Finanziaria i contributi per le Fondazioni liriche subiranno una riduzione del 17 per cento, Ernani commenta: “Non è la prima volta i teatri lirici italiani si dibattono in problemi finanziari gravissimi. Ogni volta che lo Stato è in crisi, anche i teatri lirici vanno in crisi. L’importante è riuscire a individuare modalità di protezione a questo importante settore e se ci sono aspetti che devono essere modificati – conclude il sovrintendente -, è giusto che vengano cambiati”. Per Giuseppe Pennisi, economista e autore del paper “La crisi della lirica tra cause e rimedi”, “Bondi ha ragione nel voler rivisitare i contratti di lavoro. Ci sono lavoratori delle Fondazioni lirico-sinfoniche – spiega al VELINO - che godono di privilegi ingiustificati. e senza alcuna garanzia produttiva. Sono stati stipulati contratti a tempo pieno che permettono però a molta gente di avere un doppio o un triplo lavoro. La soluzione è arrivare a due tipi di contratti: uno per chi vuole il tempo pieno con la rinuncia a tutto il resto, cioè l’insegnamento, le lezioni private, ecc e uno a contratto definito”. E se Bondi denuncia che una delle principali cause del debito accumulato dalle Fondazioni risiede nel fatto che questi enti spendano il 70 per cento del loro budget in stipendi, Pennisi taglia corto: “Il ministro ci è andato leggero: in stipendi se ne va di più del 70 per cento”. Tra i cambiamenti auspicati per arrivare al rilancio del settore lirico-sinfonico, anche quello riguardante un atteggiamento differente da parte dei sindacati. “È incredibile – denuncia Pennisi – che alla Scala di Milano in questi giorni una piccola sigla sindacale di 15 macchinisti stia impedendo di andare in scena. Si tratta di una delle tante assurdità che danneggiano il panorama operistico nazionale”.