GIORGIO BOATTI E GIULIANO TAVAROLI, SPIE (MONDADORI, PP 241, 18,50 EURO). «Morale della fiaba: faceva bene Provenzano. Il telefono, per comunicare cose rilevanti, non si usa». Giuliano Tavaroli, il «re delle intercettazioni», è il primo a riconoscere l'importanza di questo strumento di indagine. Perchè «le persone, al telefono, parlano. Parlano anche se sanno di essere intercettate. Il telefono è uno strumento diabolico». Ma nell'inchiesta che lo ha portato in carcere, sottolinea, le intercettazioni non c'entrano. Quella è una storia diversa - afferma Tavaroli, nel volume «Spie» (Mondadori), scritto a quattro mani con il giornalista Giorgio Boatti, in questi giorni in libreria - frutto della «sovraesposizione oggettiva» in cui la security di una grande azienda - la Telecom - si è venuta a trovare nel periodo in cui lui ne era il responsabile. Tavaroli - che nel 2006 venne arrestato con molti altri, con l'accusa di aver dato vita ad una sorta di Spectre in grado di raccogliere informazioni riservate in mezzo mondo - dà una sua risposta alla domanda del «perchè Telecom, nel periodo in cui Tronchetti Provera ne assume la guida, ha l'esigenza di ricorrere ad un cospicuo materiale informativo». E la risposta è che questo 'materialè serve a fronteggiare una serie di problemi dettati «dai rapporti istituzionali, dal quadro internazionale, dalle questioni riguardanti la complessa ristrutturazione aziendale e anche dall'agenda politica». E in questo complesso contesto «la security diventa la wikipedia a cui far ricorso quando personaggi di ogni tipo e caratura bussano alla porta dei vari decisori aziendali».