GIORDANO BRUNO GUERRI - D'ANNUNZIO - L'AMANTE GUERRIERO (MONDADORI - PAG.328 - 19,00 EURO) Da dove cominciare, se si decide di raccontare la vita di un uomo come Gabriele d'Annunzio? Non sappiamo se mai Giordano Bruno Guerri si sia posto questo interrogativo nel momento in cui ha deciso di scrivere la biografia dell' «orbo veggente», ma è una domanda che appare quasi scontata, vista la complessità e lo spessore dell'uomo, che fu di lettere, d'armi, d'amore e politico, e mai questi profili viaggiarono ciascuno per proprio conto. Gabriele d'Annunzio fu personaggio controverso, e lo fu sin dall'inizio della sua esistenza, fin da quando, ragazzino, non riusciva a tenere a bada la sua esuberanza. E, ricorda Guerri, nemmeno la dura disciplina del collegio Cicognini di Prato - che frequentò per volere del padre -, lo piegò. Tanto che da quelle aule, frequentate per sette lunghi anni passati a studiare, ma anche ad affinare le sue qualità artistiche, il giovane Gabriele uscì più forte e, forse, ancora più convinto di essere quasi un prescelto. D'altra parte non si può per questo dare torto a uno che a vent'anni era già famoso. Tutte le biografie su d'Annunzio inevitabilmente devono fare i conti con una personalità fuori da ogni schema che si tradusse in una «vita spericolata», esagerata, sempre al di sopra delle righe. Ma, d'altra parte, i successi di d'Annunzio (in campo letterario, politico, sentimentale) non potrebbero spiegarsi se non con il fatto che egli riusciva sempre a mettersi al centro dell'attenzione, sia di coloro - a quel tempo, i più - che lo osannavano, che di quelli ai quali non andava proprio giù. Già, perchè d'Annunzio, se e quando piaceva, riusciva a scatenare passioni vicine quasi al fanatismo (come quello che nutrirono per lui i legionari di Fiume), anche se ciò che propugnava - soprattutto la superiorità dell'arte su qualsiasi esperienza, sottolinea Guerri - era difficile da metabolizzare per una società in tumultuoso cambiamento. Certamente il suo modo di porsi rispetto agli altri non era di facile comprensione da parte di tutti i suoi contemporanei, ma egli fece breccia soprattutto in quella borghesia che in lui vedeva l'uomo che era stato capace di stravolgere i canoni, piegandoli ad un senso estetico che forse in pochi capivano per ciò che in effetti era. Se il D'Annunzio poeta e commediografo induceva almeno ad apprezzarne il nitore stilistico unito al gusto di sorprendere, il d'Annunzio uomo era ingombrante, certamente arrogante, comunque facile bersaglio per critiche e attacchi personali. Forse in qualche modo motivati da uno stile di vita - dispendioso, sotto ogni punto di vista - che forse provocava più che un semplice pizzico di invidia. Tanto che, una volta girata la boa della fine del fascismo, divenne una presenza da mettere da parte, da nascondere, anzi da cancellare. E non soltanto da parte di una letteratura militante, condizionata dall'esigenza «politica» di sbriciolare la base su cui d'Annunzio aveva costruito il suo concetto del «superuomo» e, con essa, ogni retaggio del recente passato.