Leilah Nadir, 'I giardini di Baghdad' (Cairo Editore, pp. 360 - 18,00 euro). Intrecciando fatti di cronaca e ricordi familiari, reportages fotografici, Leilah Nadir trasforma il romanzo della saga storica della sua famiglia nel ritratto di un'intera nazione, passata da un poca serena e felice all'attuale situazione drammatica. «I giardini di Baghdad ci ricorda che l'Iraq non Š una guerra; è un paese - ha scritto Naomi Klein - infinitamente più chiaro, strutturato e struggente di quello che vediamo quotidianamente al telegiornale. Tra mille discussioni su vincitori e vinti, questo è un libro su quello che realmente significa perdita: il furto della propria storia e della propria patria». Quella della Nadir è infatti un'altra voce di donna ci aiuta a leggere le contraddizioni del mondo contemporaneo, raccontandoci il suo paese e non la guerra che è in atto nel suo paese. Da sempre vissuta altrove e ora esclusa dall'Iraq a causa dei rischi della guerra, Leilah intraprende un viaggio alla ricerca di se stessa e delle proprie origini. Per farlo si affida alla voci e ai ricordi di quanti, intorno a sè, in quel paese sono nati, prima di tutti il padre Ibrahim, che sedicenne lasci• Baghdad negli anni '60 per proseguire gli studi in Inghilterra. L'autrice, nata in Canada da padre iracheno e madre inglese, vive attualmente a Vancouver. È autrice teatrale, narratrice ed è nota per i suoi interventi televisivi e giornalistici sulla guerra in Iraq (tra gli altri per CBS, The Globe and Mail, Georgia Straight). I giardini di Baghdad é il suo primo romanzo. Come documenta Farah Nosh, l'amica fotografa le cui immagini arricchiscono il volume, la guerra la si capisce meglio attraverso le storie e i drammi delle singole persone. La traccia più vivida di questi ricordi diventa dal fascino mediorientale il lussureggiante giardino della casa di famiglia con le rose allineate con grazia, le ricche fronde della palma da datteri, il prezioso albero di arance, alla cui immagine ormai quasi mitica si sovrappongono i tragici resoconti dei cugini che ancora vivono a Baghdad immersi nella cruda evidenza del presente. Se il padre di Leilah da tempo ha tagliato ogni legame con quella terra martoriata, lei conclude la propria ricerca con una nota di speranza: forse in futuro, in compagnia dei figli, potrà finalmente recarsi a Baghdad. E lì, nel giardino della casa di famiglia, ritroverà tutti i familiari che l'accoglieranno dicendo: «Sapevamo che saresti tornata».