HENNING MAKELL - "IL CERVELLO DI KENNEDY (MONDADORI - PAG.330 - 16,50 EURO)" - Louise Cantor è una archeologa e trascorre gran parte delle sue giornate cercando, nel ventre della terra, risposte positive alle sue teorie. Una donna realizzata che, anche quando il suo lavoro e i suoi interessi la portano - troppo spesso, purtroppo - lontano dalla Svezia, non perde occasione per dimostrare al suo unico figlio tutto l'amore che gli porta. Louise, come sempre, anche se lontana, non perde occasione per telefonare al suo Henrik, per sentirlo, per parlare con lui o, soltanto, per fargli capire che gli manca. E lo fa anche dalla Grecia dove, tra una conferenza e i momenti di una campagna di scavi, fa correre il suo pensiero e il suo affetto verso la lontana Svezia. Ma, anzichè Henrik, quando Louise compone il suo numero di telefono a rispondergli è una registrazione: questa è una segreteria telefonica. Sapete cosa fare. Tipico di Henrik, poche parole, senza fronzoli, dritto al cuore del problema. Louise Cantor resta un pò perplessa, non perchè non abbia mai sentito quella registrazione, ma perchè c'è qualcosa che l'intristisce. Anche se in fondo non ne comprendere bene il motivo. Qualcosa, forse un sospetto, un timore, un cattivo pensiero, che trova conferma quando riesce a entrare nell'appartamento di Henrik: il ragazzo è morto e tutto lascia pensare che si sia suicidato con una overdose di sedativi. È questo il primo «tratto» di «Il cervello di Kennedy», l'ultima opera di Henning Mankell che dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, di essere uno scrittore di grande spessore, anche quando abbandona, sia pure per poco, il suo personaggio più noto, l'ispettore Kurt Wallander. Protagonista principale del romanzo è appunto Louise, che però, davanti al cadavere del figlio e dopo le prime risultante dell'inchiesta, non crede a quella che appare come una evidenza, e non soltanto perchè, in qualche modo, si accusa di non essere stata molto accanto a quel suo figlio, cresciuto senza padre andato via dalla famiglia dopo la nascita di Henrik. E quando si ritrovano, lei e Aron, a piangere quel figlio perso troppo presto, capiscono che di Henrik conoscevano poco o nulla. Una sensazione che si accresce con il progredire della loro indagine che li porta a scoprire che Henrik era molto diverso da quello che sembrava, una sensazione confermata anche della scoperta, tra i molti documenti trovati in casa sua, anche di carte sul presunto trafugamento del cervello di JFK. Ma, accanto a quelle carte su uno dei tanti misteri del nostro tempo, Louise e Aron trovano anche una lettera spedita a Henrik da una fidanzata di cui ignoravano l'esistenza. I due, seguendo l'esile filo delle tracce involontariamente lasciatesi alle spalle Henrik volano sino in Africa per scoprire che il figlio era entrato in contatto con il circo degli speculatori che, sulla tragedia dell'Aids, che falcia vite a decine di migliaia ogni anno, fanno o tentano di fare le loro fortune. «Il cervello di Kennedy», come d'altra parte un pò tutti i romanzi di Mankell, anche quelli polizieschi dell'ispettore Wallander, è condotto con grande cura, con uno stile pulito e sempre avvincente, dove niente sembra essere lasciato al caso, dove tutti - dai protagonisti ai comprimari - meritano la medesima attenzione e cura.