ELISABETTA DE BIASIO - 'ALFREDO FOSSATI UN CONSERVATORE ILLUMINATO', PP.206, FRANCO ANGELI EDITORE (EURO 19) - Chi lo ricorda oggi, a più di 45 anni dalla morte, associa il suo nome a La Stampa, di cui fu fondatore, e anche a Piergiorgio, il figlio che papa Wojtyla proclamò beato nel 2002. Ma quella di Alfredo Frassati, giornalista e imprenditore, ambasciatore, senatore del Regno e poi della Repubblica, amico di Giolitti, politico liberale e intransigente, è una delle figure più complesse e interessanti nella storia della prima metà del Novecento. La riscoperta del corpus dei suoi scritti, della corrispondenza e degli appunti privati, una mole di documenti finora inediti, arriva oggi ad illuminare anche i tratti più privati dell'uomo e del politico. Dagli affetti ai rapporti con gli amici, i colleghi di lavoro, gli uomini di governo. Dall'impegno al giornale, che per fasi diverse occupò tutta la sua lunga vita, a quello come ambasciatore in Germania negli Anni Venti, senatore, amministratore, chiamato a risanare, nel 1930, l'Italgas. Ragionamenti, preoccupazioni, contatti epistolari con i familiari o con i protagonisti del suo tempo, che insieme ricostruiscono i retroscena di un impegno lungo quasi un secolo. Nella politica, intesa nella sua accezione più pura di partecipazione alla polis. E nel giornalismo, sempre sotteso di impegno civile, tanto che in questo campo per l'Italia, Frasatti viene considerato insieme con il direttore del Corriere della Sera Albertini e quello de Il Giornale d'Italia Alberto Bergamini, nel novero dei fondatori. Amico di Giolitti, fu dalle pagine del suo giornale uno strenuo difensore dello statista, ma conservò sempre una forte autonomia di giudizio nei confronti della politica giolittiana, tanto che non mancarono incrinature e screzi, come quando nel 1920, anche perchè deluso dalla decisione dell'amico di nominare senatori Sonnino e Bergamini, l'uno artefice del Patto di Londra e l'altro feroce detrattore de La Stampa, rifiutò l'offerta di entrare a far parte del suo governo. Fedele agli ideali del liberalismo, da sempre in rapporti di poca simpatia con Mussolini, che anzi lo odiava, Frasatti finì per entrare in collisione con il fascismo, tanto che nel '24, i fascisti fecero irruzione nella sua casa torinese, con i familiari seduti a tavola, e tentarono di devastarla. Più tardi fu inevitabile il suo allontanamento dal quotidiano, del quale, già dal 1920, aveva ceduto un terzo della proprietà all'industriale Riccardo Gualino e al senatore Giovanni Agnelli. Nel 1926, per scongiurare la chiusura, la cessione totale ai soci. «Al suo animatore e fondatore - scriverà più tardi Frasatti in un celebre articolo - non fu concesso nemmeno di rivolgersi ai lettori con un commiato». Un'uscita di scena dolorosa alla quale seguì, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il ritorno, nel 1946 quando ricomprò dalla Fiat un terzo della proprietà. Ma la coabitazione con i soci non fu facile e nel 1956 arrivò l'addio definitivo, con la cessione alla Fiat di quote e partecipazioni. Frasatti aveva 88 anni, ma non considerò la pensione. Come più tardi capitò a Indro Montanelli, continuò a scrivere a novant'anni suonati, lucido fino all'ultimo, ed ancora efficacissimo, come nota in una lettera Mario Missiroli, l'amico direttore del Corriere della Sera, che lo aveva accolto dopo il passaggio di mano de La Stampa. Tanto che l'8 aprile 1961, la data di pubblicazione del suo ultimo articolo, quasi coincide con quella della sua morte, il 21 maggio 1961. Il libro di Elisabetta De Biasio sarà presentato il 4 maggio a Roma, nel chiostro del convento di Santa Maria Sopra Minerva. Interverranno, oltre all'autrice, Giulio Anselmi, Franco Debenedetti, Paolo Mieli e Achille Silvestrini. A moderare il dibattito Jas Gawronski.