'IL SIGNOR FIGLIO' DI ALESSANDRO ZACCURI (MONDADORI, pp. 338 - 17,00 euro) Il romanzo inizia su una banchina del porto di Napoli nel 1837, durante un'epidemia di colera, e si chiude a Londra molti anni dopo con un finale a sorpresa, legato a quell'Opera, quella macchina di incastri e parole, di funi, nodi e fogli scritti che è al centro del racconto e, in fondo, vuole darne il senso. Del resto questa opera prima narrativa di Alessandro Zaccuri è un saggio che ha preso la forma di un romanzo dalla struttura complessa e molte implicazioni storiche, intellettuali, letterarie e psicologiche, che però si fondono ad arte, riuscendo a coinvolgere e appassionare alla lettura. La storia, che si snoda lungo più o meno un secolo, per certi versi è semplice, per quanto artificiosa: su quella banchina c'è Giacomo Leopardi, che quell'anno non morì, ma approfittò della confusione per fuggire a Londra e vivere sotto le spoglie di conte Rossi, che però Dante Gabriele Rossetti chiama provocatoriamente Jack, procurandogli lezioni di italiano per aiutarlo a tirare avanti. Uno degli allievi che gli invia è un tale John L. Kipling, che diverrà padre dello scrittore Rudyard, il quale avrà poi a che fare con Pierre Messiaen, padre del musicista Olivier, con l'entrata in scena anche della madre, Cecile. Insomma la creatività e la ricerca propria dell'arte sono uno dei temi portanti del romanzo, affrontati attraverso il rapporto padri e figli, che, ambedue artisti, vedono però i secondi superare in qualità e riuscita i primi.