GIANNI BARRAL: 'BOROVNICA '45 AL CONFINE ORIENTALE D' ITALIA' (Paoline, pp. 303, euro 16,00). Un testimone finora nascosto dell'odissea del fronte orientale italiano-sloveno alla fine della Seconda Guerra Mondiale, partito dopo l' 8 settembre ma poi tornato per amore di una donna slovena, all'interno della Brigata Mussolini, e per questo recluso nel lager nel Dol di Borovnica, la «valle dei mirtilli» che fu teatro di sommarie vendette da parte dei partigiani titini, ma registrò la vicinanza e la compassione della gente del posto. È il racconto di Gianni Barral, glottologo torinese di etnia provenzale, ufficiale dell' esercito durante il conflitto mondiale, che dopo oltre 60 anni ha deciso di pubblicare le proprie memorie, fatte di appunti minuziosi e precisi, legate a un periodo ristretto, dal 27 aprile al 23 agosto 1945. In quel periodo si consumò nella zona tra Venezia Giulia e Slovenia, la tragedia delle vendette e delle deportazioni, legate alla rotta dell' esercito italiano. Grazie all' atteggiamento mediatore e all' amore per una donna del posto, Jelka, che poi diverrà sua moglie, i soldati italiani entrano nelle simpatie della gente e delle autorità locali, fino all' arrivo delle milizie partigiane che non guardano in faccia a nessuno, e che costringono il battaglione da lui comandato alla ritirata. Tornato a casa, in Piemonte, complice anche una situazione familiare ostile, Barral decide di tornare a Est, di rivedere Jelka, e per questo si arruola nell' esercito della Rsi, nel Battaglione Mussolini. Il ritorno nella zona della Val Baccia (Baca in sloveno) è segnato poco dopo dalla consegna del reparto - con l' inganno - ai miliziani titini, che deportano i soldati italiani nel campo di concentramento di Borovnica. Barral riesce a fuggire nel corso della lunga e tremenda marcia di trasferimento, e a ripararsi nel villaggio di Jelka, dove ottiene un salvacondotto. Ma il caos e le prevaricazioni delle milizie «partizanski» portano anche lui a Borovnica, dove assiste impotente alla morte per stenti, per esecuzioni sommarie o per malattia, di molti dei suoi commilitoni. Assegnato all'amministrazione del campo, tenterà una mediazione con i carcerieri, di cui fornisce rapidi ritratti precisi e taglienti, sottolineandone la disumanità e la perdita di ogni sentimento di pietà. Il diario di Gianni Barral, oltre a essere un prezioso tassello di quella storia del confine orientale d' Italia che non è stata ancora scritta definitivamente, è un contributo alla comprensione e alla fratellanza tra i popoli, in una terra che sente ancora le ferite delle reciproche persecuzioni. Barral tiene a sottolineare in più punti, forte della sua integrazione nella comunità locale, che la gente slovena subiva e non approvava le brutalità dei «partizan», armata di cui vengono evidenziate anche le contraddizioni e la disorganizzazione. Emblematica, a questo proposito, la risposta di un miliziano a una donna che aveva sussurrato «Poveretti» al passaggio dei soldati deportati. «Poveretti? Pensate cosa avrebbero fatto a noi se avessero vinto loro!», aveva sibilato il partigiano. «Le donne - annota Barral - continuarono a guardare impietrite, con gli occhi colmi di una pietà che riscaldò il cuore ai prigionieri». Il volume è corredato da un autorevole inquadramento storico di Raoul Pupo, massimo esperto di storia del confine orientale d' Italia, ed è arricchito da un inserto fotografico in bianco e nero e da cartine che illustrano i luoghi teatro dei fatti narrati.