RIK GUNNAR TRIO - SOFFRO D'IKEA (LECONTE - PAG.171 - 12,00 EURO) Tutto quello che avreste voluto sapere su Ikea e non avete avuto il coraggio di chiedere o, a scelta, tutto ciò che pensate su Ikea e non avete mai voluto dire. Ikea, un nome che ormai, a tutte le latitudini e nei vari modi di pronunziarlo (così com' è scritto, in Italia, o, per dirla all' americana 'Aikià), suona alla stessa maniera: entrare non solo in un grande spazio espositivo, quanto in un mondo creato per interessare, e quindi, ammaliare - per poi costringere a comprare - l' uomo medio, quello che vive ingabbiato nell' eterno adagio «spendere poco e fare bella figura». A regalare al mondo un paio d' occhiali ottimistici - e magari dalle lenti blu e gialle, colori eguali a quelli della bandiera della Svezia - è stato, oltre sessant'anni fa Ingvar Kamprad che, partendo dal commercio di cerini, ebbe la geniale idea di costruire il più grande - seppure virtuale - mobilificio del pianeta, dove tutto è 'risparmiosamentè uguale. Un' idea, appunto, geniale e che ha avuto un successo mondiale, tanto che oramai la mappa della Terra è punteggiata, anzi crivellata dai tassellini gialloblù che simboleggiano i punti vendita di Ikea. Su questo modello sono stati scritti dotti saggi e tanti libri, che si sommano alle migliaia di articoli che ne celebrano (quasi tutti) il miracolo, ma anche (pochi, a dire il vero) che ne condannano il meccanismo di omologazione. Ultimo, in ordine di tempo, tra i libri dedicati alla creatura di Ingvar Kamprad è 'Soffro d'Ikeà ed è stato scritto da tre italiani (Aldo Sciacca, Daniele Titta e Gabriele Salvatori) che hanno pensato bene di firmare con uno pseudonimo di vago sapore scandinavo, Erik Gunnar Trjo. Ikea - dicono i tre autori - non è solo il posto dove comprare bene e a buon prezzo. Ormai è un sistema di pensiero, nell' epoca della globalizzazione, terribilmente omologato, asetticamente, scontatamente sempre uguale a se stesso e che colpisce non solo chi, facendosi qualche conto in tasca, capisce che solo Ikea riesce a dargli ciò che cerca (leggi l' equazione «pochi soldi=buona qualità»). Ad essere coinvolto è anche chi invece di soldi in tasca ne ha tanti e comunque, pur potendo andare a comprare quello che gli serve nei negozi di arredamento di marca, preferisce lasciarsi cullare da sedie, letti, tavoli, dispense, librerie, dai nomi esoticamente cacofonici, almeno alle sensibili orecchie di noi mediterranei. E poi, come non considerare le piccole trappole che vengono tese ai (potenziali) compratori che entrano all' Ikea e che, lo hanno mai capito?, sono costretti a seguire un percorso che li porta a visitare tutti i reparti e quindi a incapsulare, loro malgrado, nella parte più recondita del cervello, complementi d' arredamento e tappeti che è difficilissimo poi cancellare, se non acquistandoli? Se poi, tornando a casa, ci si accorge che non si troverà mai il posto per quella cornice o quella serie di tendine che sono state acquistate con tanta convinzione, la prima reazione è quella «non ci torno più». Ma, la 'voglia d'Ikeà riemerge come un fiume carsico e, possono passare giorni, settimane o mesi, colpisce ancora. Con grande soddisfazione di Ingvar Kamprad, che, cosa che non guasta, è tra gli uomini più ricchi al mondo (il primo in Europa).