DANIEL ARASSE, 'L'AMBIZIONE DI VERMEER', EINAUDI, PAG. 153, 22 EURO. Il fascino dell'arte di Vermeer, il mistero dei suoi dipinti, degli interni olandesi apparentemente realistici, abitati da donne silenziose, in attesa o intente a scrivere, suonare, ricamare è al centro del libro di Daniel Arasse intitolato 'L'ambizione di Vermeer'. Ormai un classico sulla pittura del maestro di Deft, che è stato ristampato diverse volte in Francia e che ora Einaudi pubblica finalmente in Italia. Il testo di Arasse (storico dell'arte tra i più stimati, direttore dell'Istituto francese di Firenze dall«82 al all»89 e direttore della ricerca presso l'Ecole des haute studes di Parigi) approfondisce, con arguzia e documenti, sia le vicende biografiche sia le varie tematiche presenti nell'opera del pittore, la cui conoscenza è stata per molto tempo lacunosa, tanto da consegnarlo alla storia come un genio incompreso e poco amato dai contemporanei. In realtà, sottolinea l'autore, in vita fu un pittore molto stimato, probabilmente il più in vista di Deft e collezionato con continuità dai suoi estimatori. Però, certamente il suo modo di fare arte si differenziava da quello dei numerosi colleghi, portato a dipingere non dall'ambizione della fama e dalla ricchezza, bensì, secondo Arasse, da un convincimento assai più profondo, una sorta di 'religione della pitturà che ne plasma la vita. Ciò che ha confuso la storiografia settecentesca e ottocentesca, responsabile dell'oscuramento della sua fama, è principalmente il fatto che «in ventidue anni, dal 1653 al 1675, Vermeer ha dipinto da quarantacinque a sessanta quadri. Dipingeva dunque due o tre quadri per anno. Rapportata a quella dei colleghi, la sua produzione era sorprendentemente ridotta». Di conseguenza, nasceva la leggenda del pittore emarginato, che addirittura moriva nei debiti perchè la guerra condotta da Luigi XIV in Olanda lo aveva portato a un crollo finanziario. Ma, scrive Arasse, «un'interpretazione più rigorosa dei documenti di archivio che consentono di ricostruire parzialmente le fonti di reddito dell'artista porta a chiedersi se Vermeer dipingesse davvero per vendere...». La ricerca dello storico porta a scoprire un artista poco incline a farsi condizionare dall'aspetto commerciale del suo mestiere, per quanto fosse veramente tale, dal momento che un fortunato matrimonio gli consentiva una discreta rendita. Del resto, precisa l'autore, il ritmo della sua produzione non aumenta neanche quando il bisogno economico si fa sentire, nè «riprende mai un motivo o una disposizione che avessero avuto successo, nè compone un quadro ingrandendo un dettaglio che sia piaciuto prelevandolo da una composizione». Che invece era la prassi dei pittori del tempo. Ogni scelta di Vermeer, sostiene Arasse analizzando con una straordinaria capacità interpretativa i capolavori dell'artista di Deft, gli interni, i quadri in essi riprodotti, il senso dell'allegoria, persino la passione cattolica, era finalizzata a perseguire una precisa «ambizione teorica e creativa». Il fascino della sua opere dipenderebbe dunque da «una scelta deliberata, che fa della tensione tra il visibile e l'invisibile, tra la precisione e l'indeterminatezza, tra la presenza e l'assenza, un obiettivo intenzionale del proprio lavoro». Per dare vita ad immagini, che, nella loro apparente semplicità e quotidianità, sono capaci di evocare il carattere 'di cosa mentalè. L'ambizione di Vermeer, dunque, non è rivolta a fortune mondane, ma fa i conti con «la consapevolezza del valore intrinseco del proprio lavoro, concepito nel contesto di una vera e propria 'religione della pitturà».