JACQUER ROSSI - MANUALE DEL GULAG (L' ANCORA DEL MEDITERRANEO - PAG.352 - 18,00 EURO) Vent' anni in giro per l' allucinante mondo dei gulag, laddove chiunque entrava doveva mettere da parte la sua identità, la sua personalità, per diventare un numero oppure una rotellina del possente apparato di produzione dell' Unione Sovietica. Che, a differenza del nazismo, indirizzava nei gulag soprattutto coloro che deragliavano,anche solo per poco o di poco, dall' ortodossia, ma anche quelli che osavano denunciare le inefficienze dell' apparato e per questo, per avere alzato la testa, dovevano essere puniti per diventare essi stessi parte della macchina di produzione, ma partendo dai livelli più bassi. Ci fu chi ebbe la fortuna di uscire subito da quello che Solgenitzin chiamò l' «Arcipelago Gulag» e chi, invece, una volta entrato, ne fece la sua casa per anni e anni. Uno di questi fu Jacques Rossi, singolare - per certi versi anche anomala - figura di comunista che, una volta uscito dal cono dell' ortodossia, cominciò a pagare con la detenzione la sua voglia di affermare le proprie idee. Un tributo che ebbe inizio al suo rientro dalla Spagna - dove partecipò alla guerra civile, chiaramente sul fronte repubblicano - e per la sua militanza nel Komintern, per il quale girò per l' Europa. Una esperienza che durò per una ventina d' anni e che ebbe fine solo nel 1956, cioè tre anni dopo la morte di Stalin. A conclusione di quell' esperienza, Rossi cominciò, con meticolosità certosina, a redigere schede che attestavano ciò che accadeva dentro i gulag e lo fece - lui che aveva una particolare predisposizione per le lingue - usando l' alfabeto tibetano, in modo che i suoi appunti sfuggissero alla comprensione di magari di qualche zelante funzionario. E tra le tante schede collezionate da Rossi molte riguardavano il 'glossariò del gulag, come è spiegato nell' introduzione di Francesca Gori ed Emanuela - che hanno anche curato la traduzione - «è qualcosa più di un gergo, quasi una vera lingua formata da due linguaggi speculari: da una parte quello della burocrazia sovietica, e in particolare dell' apparato repressivo, dall' altra quella dei detenuti». La lingua usata dai funzionari del regime è per parte sua «una lingua legnosa, volutamente intraducibile perchè tutta tesa ad alludere ai fenomeni senza nominarli». Di esempi il 'manualè di Jacques Rossi ne contiene a centinaia, e per alcuni di essi c'è quasi da restare ammirati per come riescano a nascondere anche l' evidenza. E sì, perchè è ben difficile capire che dietro la definizione di «misura suprema di difesa sociale» si cela la pena di morte. Così come resta assolutamente sbalorditivo il giro di parole - «risolutamente incamminato sulla via della correzione» - usato per definire il recluso che ha, certo non spontaneamente, deciso di divenire un informatore della polizia.