Non è forse un caso che il vinile stia ostinatamente vendendo cara la sua lucida pelle; non lo è per certo che ogni cosa che gira prima o poi ritorna, basta avere pazienza.Il vecchio disco risorge, e riemersi sono pure tutti quei musicisti che lo hanno cristallizzato a simbolo di un epoca. A dire il vero, il Banco del Mutuo Soccorso, lo storico gruppo romano che si è conteso i favori dei cultori di progressive con la Premiata Forneria Marconi (BMS contro PFM, c’era tutto, a partire dai nomi, per farne ombre di Milan e Inter, o Beatles e Rolling Stones - io sto col Banco, ndr) non si era mai spento del tutto.A intervalli regolari, come i solchi di un disco, riapparivano, han fatto concerti, consci del lascito perenne consegnato dalla follia progressiva dei primi anni 70.Giovedì 17 gennaio il Banco è tornato ad esibirsi a Milano; caso vuole in quel piccolo, tondo – la metafora persiste – anfiteatro che è il Rolling Stone: acustica pessima, dimensioni perfette per un evento che non poteva schivare le note pastello di quella soffusa malinconia che sempre si lega ai ricordi. Vittorio Nocenzi lo ha subito chiarito: sarebbe stata, quella serata, una raccolta di “schegge di memoria”, il riannodare fili sparsi di storia: la loro, le nostre.La musica, un buon riassunto di quanto il meglio del prog italiano seppe produrre in quegli anni, si alternerà così per 2 ore e mezzo a frammenti, aneddoti; episodi che culminano con l’improvviso, tenerissimo riconoscimento in sala di un antico, indimenticato fan che 40 anni fa in quel di Gallipoli, come racconterà Nocenzi, spronava gli allora Panna Fredda. E l’abbraccio sul palco a fine concerto ha tolto al fatto qualunque sospetto di appartenenza alla normale scaletta di siparietti preparati, come i duetti fra il tastierista e leader Nocenzi e Francesco Di Giacomo, membro fondatore del gruppo, che nulla ha perso delle sue caratteristiche, eccettuati i 50 chili passati “di peso” al capogruppo. Su Rodolfo Maltese, l'altro "storico" superstite - era arrivato durante le sessioni di Darwin - lo scoop della serata: richiesto da Nocenzi fin dall’inizio dell’avventura Banco, “oppose il gran rifiuto”.La musica, dunque. La scaletta ha girato come una trottola attorno a Darwin, secondo capitolo della discografia dei BMS, perno di quel trittico iniziale che rimane il capolavoro del gruppo. 3 dischi in due anni, i primi due nel 1972; in quel momento uscivano in Inghilterra Close to the edge degli Yes, Thick as a brick dei Jethro Tull, Foxtrot dei Genesis, Octopus dei Gentle Giant, per citare qualche esempio.Cento mani cento occhi, il sinuoso, geniale jazzy-prog della Danza dei grandi rettili, 750.000 anni fa…l’amore hanno fatto ping pong con RIP, dal primo, mitico “salvadanaio”, con Non mi rompete (Io sono nato libero), gran finale, atteso e previsto dall’amico Diego (neo-primario, wow, ma dalla prog-syndrome non si guarisce).Hanno suonato benissimo, occorre dirlo, in un genere che non può prescindere da un dna costituito da fantasia compositiva, creatività progettuale e abilità tecnica. Vittorio Nocenzi, per me una-paradossale-sorpresa, ha esibito una sinistra prodigiosa e, come esimersi, una indipendenza di fraseggio delle due mani di puro godimento. Peccato quel timbro-doppio di tastiera (a cui si accompagnava il mitico Minimoog), unico per tutto il concerto: mai una variante Vittorio!I nuovi, si fa per dire, Tiziano Ricci al basso, Filippo Marcheggiani alle chitarre, Maurizio Masi alla batteria, scelti, sic stantibus rebus, senza remore dettate da prudenza autoprotettiva: molto bravi tutti, bravissimo Masi, che mi ha richiamato d’acchito, chissà poi perché, quel fantastico e misconosciuto Phil Howard che militò brevemente nei Soft Machine all’epoca del Fifth.Ma un concerto ha il fiato corto, si esaurisce in sé e si spegne. Non le emozioni e, soprattutto, le prospettive: sessantenni adorati in Giappone (“un altro mondo, gente di tutte le età che ci segue entusiasta” mi dirà Rodolfo Maltese), in procinto di partire per Messico e Stati Uniti, refrattari per principio all’esserci per forza – “non vogliamo mai sfiorare il patetico, in quel momento si smette” dirà Vittorio Nocenzi durante il concerto -, pur risuonando incessantemente ciò che partorirono 35 anni fa, continuano a vivere un sogno. E, del resto, nel rock, chi mai ha più eguagliato quel che si è scritto allora? (fab)Coi capelli sciolti al vento io dirigo il tempo il mio tempo là negli spazi dove morte non ha domini ……corona senza vanità eterna è la strada che va. (da Il giardino del mago)