“The River” di Frank Borzage compie ottant’anni. Il final cut del film viene infatti presentato in America il primo marzo del 1928. La proiezione speciale si svolge al The Harvard Theater di Los Angeles, alla presenza dei boss della Fox. Il successo della pellicola un anno dopo è immediato e grande, sia in Europa che negli Stati Uniti. Essendo scomparse tutte le copie, se ne conoscono poi solo resoconti e recensioni fantasiosi. Il recente ritrovamento di una copia (sfortunatamente incompleta e ridotta a 45 minuti) ha permesso di verificare che si trattava davvero di un capolavoro. Il virtuale poema cinematografico che spinge una donna a coprire il suo boscaiolo con il corpo nudo, quest’ultimo ad abbattere un albero con l’intento di sfogare la sua disperazione amorosa e un’intera comunità a vivere per un fiume in qualche parte dell’Alaska, fa di “The River” un film di struggente bellezza ancora oggi, e di appassionato e commovente erotismo visti i tempi in cui fu girato. Una terza sequenza erotica, originariamente tagliata dalla censura puritana dei midtwenties, è stata recuperata in questi giorni e inclusa in un doppio dvd, grazie al lavoro della Cinémathèque Suisse e alla pubblicazione della Filmmuseum München. È quella in cui Rosalee osserva il vergine e robusto boscaiolo Allen John Pender che a torso nudo nel fiume si abbarbica a un masso. Lei suscita la bramosia degli uomini tanto che uno di costoro, particolarmente aggressivo, è ucciso dall’amante geloso, che viene arrestato e chiuso in prigione. Prima della venuta dell’inverno e del boscaiolo, Rosalee viveva sola in compagnia di un corvo addomesticato. L’arrivo di Allen John equivale per la donna a quello che nell’attesa era il placet all’eros. Prima nell’immaginario spettatoriale e poi quando lei si ritrova davanti all’obiettivo o nelle pagine di Tristram Tupper, l’autore del racconto da cui è tratto il film. Mary Duncan, che fu scolara di Yvette Guilbert e su cui la Fox volle puntare in quegli anni, è una Rosalee semplice, di qualche importanza, infine tortuosamente bella, che prende forma nella forma del cinema dei sensi. L’ambiente silvestre trasuda passione. La “Donna dal corvo”, così si titolava il film nel circuito francese, lo rianima, come la primavera quando questa scende verso il mare. Anticipa l’uomo che va nella notte e nel freddo ad abbattere alberi a torso nudo, come se in preda a una furia amatoria e fisicamente sensuale. Il “The River” di Borzage, nel suo lirismo povero e senza fronzoli, è una delle vette sconosciute del glorioso cinema muto. Surrealisti e Marcel Carné, tra gli altri, ne decretarono il piglio avanguardista, aumentato al valore di un clip senza tagli, prima che più di un critico non si dicesse incapace di coglierne la finezza straordinaria dei caratteri. Frank Borzage fu a lungo misconosciuto, ma anche il solo di quegli anni in grado di mostrare la sensibilità, la delicatezza e l’esaltazione del sentimento senza acrobatismi, masse, comparse e più operatori alla macchina, né trucchi mirabolanti o vertiginose peripezie. Fa ora sorridere lo scandalo primigenio di questo capolavoro incompiuto, quello che mosse il solo New York Times a dedicargli un trafiletto imbarazzato e imbarazzante. “Non c’è niente di innocente che qui non sia meglio oscurare”. Ma quella di “The River” era solo la storia dell’audacia più vera.