Nasce a Parigi il 23 gennaio del 1928 Jeanne Moreau, attrice francese tra le più amate dalla Nouvelle Vague in poi. Figlia di un ristoratore di Montmartre e di una ballerina inglese, studia impostazione drammatica al prestigioso Conservatoire ed entra giovanissima nei ranghi della Comédie-Française, dove ha modo d’impadronirsi di una confidenza con la tecnica che è insieme freschezza interpretativa, intelligenza artistica e discrezione nella scelta dei ruoli. La rapida scalata al successo, alla fine degli anni Cinquanta, è segnata per lei dagli incontri con Louis Malle e François Truffaut. Dopo “Ascensore per il patibolo” del 1957, seguito dal fortunato “Les amants” dell’anno dopo, è tuttavia “Jules et Jim” che la consegna all’immaginario cinematografico, grazie al senso di libertà presente nella storia del felice trinomio di protagonisti, la Catherine della Moreau accompagnata al francese Jim e al suo amico austriaco Jules. In più le belle immagini in bianco e nero, e l’uso di mascherini e dissolvenze, aiutano Jeanne Moreau, anche produttrice, a emanare fuori dallo schermo la cifra della sua discrezione di sempre, raffinata, chanteuse, triste e ilare nelle atmosfere magiche del tempo. Attrice anche per Luis Buñuel e Orson Welles, rispettivamente la Célestine de “Il diario di una cameriera” (1964) e la Virgine Ducrot di “Storia immortale” (1968), dalla novella omonima di Karen Blixen, negli anni Settanta rinuncia ai ruoli di donna fatale, che le erano particolarmente cari, per puntare a caratterizzazioni più sfumate e complesse. Non dimentichiamo certo “Moderato cantabile” (1959) di Peter Brook, “La notte” (1960) di Michelangelo Antonioni, la “Eva” (1962) di Losey, “La sposa in nero” (1967) ancora di Truffaut. Ma nel pieno della sua maturità artistica interpreta pellicole difficili come “Nathalie Granger” (1972) di Marguerite Duras, “Les valseuses” (1973) di Bertrand Blier, “Fino alla fine del mondo” (1991) di Wim Wenders e “Il passo sospeso della cicogna” (1992) di Thódoros Anghelopoulos. Nel 1976 torna al teatro, suo primo amore, interpretando “Lulu” di Wedekind e dirige il film “Scene di un’amicizia fra donne”, che vuole in realtà mostrare cosa si nascondi dietro la facciata nell’esistenza di una vedette. L’icona della celluloide internazionale può alfine plasmare la sua immagine di donna del mondo, sensuale, energica, indipendente e dal fascino sottilmente cerebrale. Unica nel genere, Jeanne Moreau è autrice scomoda perché legata all’idea di un cinema “morale” oltre che “emancipatore”. Ormai incoronata dall’aura del mito vivente, solo lei può rievocare nel 2001 le vicende d’amore della scrittrice Duras in “Cet amour-là” di Josée Dayan. Ottima anche nelle vesti di cantante, la Moreau affina negli anni un fascino di interprete e vocalist androidi, così che non stupisce vederla come unica donna nel cast del controverso “Querelle de Brest” di Rainer Werner Fassbinder. Jeanne Moreau è precoce testimone di un’epoca da “cinéma de papa”, in cui però il dialoghista era ancora sinonimo di dignità, e sui titoli dei film compariva prima degli sceneggiatori dopo essersi inventato un “language Gabin, Arletty ou bien Moreau”.