Il 20 gennaio 2008 compie 62 anni David (Keith) Lynch, il regista statunitense originario di Missoula nel Montana. Agli inizi è un figurinista e regista di campagne pubblicitarie pruriginose e distorte. Grazie al padre girovago per lavoro conosce da subito diverse cittadine del nord-est americano, le stesse che gli offriranno la materia per i suoi primi corti ed il primo lungometraggio a soggetto, l’inquietante “Eraserhead”, altrimenti noto come “La mente che cancella”. Corre l’anno 1976 e già l’ispirazione di Lynch denuncia una mise à part che tende a non classificarlo nei generi: il film mostra un incubo popolato di tanti piccoli incubi, ripresi nel microcosmo della stanzetta del giovane Henry dai capelli ritti a presbitero. L’ambiente è stretto, laminato ma per nulla futuribile, e si respira la claustrofobia a pieni occhi prima che si affaccino cose e sagome oscure e irregolari: l’epilettica Mary che partorisce un mostriciattolo con la testa di un coniglio scuoiato, il teatrino tra gli elementi di un radiatore, la testa di Henry che si stacca dal corpo ed è portata in una fabbrica per farne gommini per cancellare e quella del neonato che galleggia nell’aria. La consacrazione di artista si suggella quando l’amico Mel Brooks gli affida la direzione dell’opera cinematografica “The Elephant Man” sulla vita dell’inglese John Merrick, uomo realmente esistito nel tardo Ottocento e orrendamente deformato a causa di una malattia genetica. Quel bianco e nero, sapidamente espressionista e impressionista al contempo, proietta lo spettatore nei meandri dell’immaginario e nella fascinazione dell’incubo e per la deformità più di quanto altri sguardi avessero suggerito. Il film registra la prima candidatura all’Oscar del Lynch regista. “Velluto blu” del 1986 rivela un Lynch che si esercita sul tema del voyeurismo mischiandolo al noir alla sua maniera: al giorno, sereno simbolo dell’innocenza, segue la notte preda del male. Sono stranianti la cantante Isabella Rossellini, apparente angelo del bene, ed i crooners che pervadono il film di atmosfere da incubo, vestendo a contrapporre classici musicali, del tutto rasserenanti, a misteriose abitudini. La pellicola vale al regista la seconda nomination agli Oscar e gli spiana la strada per la successiva, delirante storia: “Cuore selvaggio”, del 1990. Palma d’Oro al Festival di Cannes fortemente voluta dal presidente della giuria di allora, Bernardo Bertolucci, “Cuore selvaggio” è un road-movie disarticolato e in cui è ancora una volta l’incubo a darne la valenza originaria, permettendo a Lynch di scavare con il bisturi della macchina da presa dentro le ferite dei due innamoratoni Sailor, in libertà vigilata, e Lula, fuggita di casa. Le ferite sono all’apparenza piccole, ma poi infette e piene di purulenza. La poetica di Lynch non cambia neppure quando si rivolge al mezzo televisivo e lancia la serie più di culto degli anni Novanta, “Twin Peaks”. Solo “The Straight Story - Una storia vera”, girato nel 1999, rappresenta una pausa rispetto alla predilezione per gli incubi con la capacità visiva del sogno in celluloide estraniante. È minimalista il cuore che ci mette il caparbio vecchio Alvin Straight in sella alla sua motofalciatrice dall’Iowa al Wisconsin per rendere l’estrema visita al fratello morente. Il film è insolitamente attraversato da ritmi dilatati ed è una perla della filmografia intimista di sempre, fatti salvi gli incontri bizzarri e non voluti del protagonista, come con la coppia stralunata di fratelli meccanici in perfetto stile Lynch. Ma “Mulholland Drive” del 2001, seconda Palma d’Oro a Cannes e sua terza candidatura agli Oscar, riconsegnerà David Lynch al cinema più onirico e di glamour che si sia mai potuto immaginare. Per metà saffico e metà noir, “Mulholland Drive” è più di tutto stilisticamente personale, ineccepibile, e sopra ogni cosa irraccontabile, pur se settato nella Hollywood che il regista più ama e in cui ora vive. Per questo è ardito chiedere a Lynch coerenza e chiarezza nelle trame dei film.